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LIBERTA' di Romeo Sciommeri “Mi scrivi un articolo sulla libertà?” “Vuoi qualche traccia da sviluppare?” “No. Una cosa tua. Di filosofia o di psicologia. Non sulla libertà politica, sociale. Sulla libertà psicologica. Hai poco tempo.” Deve fare l’esame di maturità, tra pochi giorni. Parliamo ancora un poco e fa qualche affermazione sulle scelte che lo aspettano dopo l’esame, se va bene Dà per certe alcune cose di sé, che mi pare possano restringere molto le sue possibilità di scelta. Mi viene da dirgli qualcosa sulle sue affermazioni, su quanto potrebbero limitare la sua libertà di scelta. Mi riservo di provare a dire quello che ho in mente scrivendo, per approssimazioni successive. Possiamo dare come condiviso il significato della parola libertà? Condiviso quanto basta: la “cosa” indicata dalla parola libertà la sappiamo, più o meno, e il problema che intendo indicare è l’azione, l’influenza, il condizionamento attuato dalle parole sulla libertà di pensiero e di azione. Tanto più la “cosa” libertà è limitata, ristretta, determinata, tanto più è soltanto una parola. Questo è abbastanza ovvio, se si pensa alla libertà esterna, ambientale, relazionale, sociale: se sono libero in me, nel mio essere, sentire, pensare, desiderare, decidere, ma poi vivo in una situazione in cui sono gli altri a determinare in modo brutale quello che posso fare, l’affermazione che in questo caso l a libertà è una parola e non una “cosa” è abbastanza comprensibile e condivisibile. Per esempio, uno studente che abbia superato l’esame di maturità ed è libero in se stesso quanto basta per pensare ad alcune scelte giuste rispetto al suo carattere, le sue inclinazioni, le sue abilità, ma che poi si trova a vivere in uno Stato in cui gli viene imposto di fare un corso di studi diverso dalla sue scelte, quello studente potrebbe pensare a buon diritto che nella situazione sociale in cui vive la libertà, almeno per questa scelta, non esiste. Ma proviamo a chiederci qualcosa sulla libertà soggettiva, intima, la libertà di sentirsi, di pensare conseguentemente ai propri sentimenti, carattere, inclinazioni e abilità. Insomma, supponendo che nella realtà ambientale, della famiglia, della scuola, del gruppo d’amici, della città in cui vive, dello Stato in cui vive, quello studente sia libero di attuare le scelte cui è arrivato dentro di sé, chiediamoci quanto e come la sua libertà soggettiva, interna, possa essere ristretta, condizionata tanto quanto basta per poter dire che alla libertà esterna, ambientale, non corrisponde una libertà interna, soggettiva. Posso vivere in un ambiente in cui la libertà è una realtà che mi aspetta con le sue tante possibilità, e non avere in me la capacità psichica di viverla. Posso avere paura, della libertà esterna come di uno spazio troppo ampio in cui mi perdo, e torno bambino piccolo impaurito se le mani che mi tenevano mi hanno lasciato a cavarmela da solo. Posso avere paura di sbagliare scelta, e vorrei che qualcun altro scegliesse per me: non voglio la libertà, mi spaventa, non sono ancora in grado di viverla. Posso essere disabituato a sentirmi, a sapere di me, di quello che mi piace veramente e quello che non mi piace. Posso “essermi abituato” a vivere di me solo quello che i miei genitori, i miei insegnanti, i miei amici, la mia ragazza, approvavano ed approvano, senza mai cercare un confronto, una mediazione tra i miei desideri, i miei sentimenti e i miei veri pensieri e i desideri, i sentimenti e i pensieri dei genitori, degli insegnanti, degli amici, della mia ragazza. Posso trovarmi in una condizione interna in cui la libertà di scegliere mi trova impreparato, timoroso di sbagliare, e l’ansia che si affaccia nascostamente nello stomaco, nel respiro, nelle gambe, mi fa scappare davanti allo sconosciuto che sono a me stesso, come mi spaventassi della mia immagine comparsa improvvisamente in uno specchio inatteso. Invece di aspettare, di vincere il moto nascosto di paura, per accorgermi che l’ignoto può sorridere e spesso sorride, fuggo, dalla libertà: quella mia, dentro, intima, e quindi anche dalla libertà esterna, dalla vita vissuta con gli altri Accade, può accadere allora, che penso e dico di essere libero e non è vero. E’ parola, non è “cosa”. O meglio: è parola che non corrisponde a una “cosa”, quello stato psichico di sufficiente serenità, di sufficiente equilibrio tra me e il mondo basato su una sufficiente consapevolezza di me, dei miei piaceri e dei miei dispiaceri, dei miei dolori e delle mie gioie, dei miei desideri e delle mie rinunce. Dico: sono libero di scegliere, ma questo dire non corrisponde a quello che sento, a quello che penso. Non sempre, poi, quello che sentiamo arriviamo a pensarlo consapevolmente. Così come non sempre quello che pensiamo e diciamo lo sentiamo: è pensiero-parola, parola astratta, che non corrisponde alla realtà. Per esempio: provo simpatia per una ragazza, un buon sentimento, piacevole, energico. La frequento, e arrivo a dare un nome a quello che provo per lei. La situazione può essere tale da forzarmi verso un nome non del tutto esatto: mi trovo a dire “ti amo”, e poi ancora altre parole di corredo ad un rapporto d’amore, sicché dopo un po’ posso trovarmi ad affermare una serie di cose che, a ben sentirmi, cose non sono, non lo sono in me. Io vivo altre cose, una forte simpatia, un desiderio sessuale, mentre le parole che dico corrispondono ad altro, tendono a forzare la realtà, a farla essere quello che non è. Potrei fare scelte importanti sulla base di una serie di affermazioni che si sono sostituite, almeno in parte, alla mia realtà, la realtà dei miei sentimenti e dei miei desideri. Per esempio: la scuola mi ha deluso e stancato, per la sua astrattezza, per la lontananza tra ciò che sono stato obbligato a studiare e la vita calda ed urgente dei miei giorni e delle mie notti di crescita imperiosa. Posso provare noia verso il contenuto dei libri che devo studiare e che sento astratto ed attrazione verso il fare pratico e le nozioni strettamente necessarie per la pratica. Questa è la mia condizione emotiva e mentale verso lo studio teorico e le applicazioni pratiche, una condizione precisa ma anche viva, flessibile, capace d’ampliamenti e cambiamenti più o meno significativi. Se attribuisco dei nomi alla mia condizione psichica, posso assolutizzare un aspetto, una tendenza, un momento. Posso trovarmi a dire: lo studiare non mi piace, lo studio sui libri è inutile e noioso, studiare non serve a niente, odio lo studio teorico, e così via. Così dicendo faccio qualcosa a me stesso. Non soltanto mi do dei nomi, mi chiamo, mi dico. Le affermazioni che faccio hanno un loro potere. Le parole hanno un loro potere. Una cosa è dire: questo è un foglio di carta. Altra cosa è dire: io sono così e così. Le affermazioni che faccio di me stesso tendono a chiedere una fedeltà, una coerenza. La domanda che ritengo sia il caso di porsi è questa: è meglio essere fedeli a se stessi o alle affermazioni, descrizioni, nomi che ci siamo dati? E se questi nomi, queste parole che abbiamo pensato e detto non corrispondono alla nostra realtà? Se corrispondevano ieri ed oggi non corrispondono più? Le parole che ci troviamo a dire, quando sono rivolte a descrivere stati psichici di piacere e di dispiacere, di simpatia ed antipatia, di amore e odio, di attrazione e repulsione – con tutte le sfumature che questi stati emotivi hanno – possono limitare la nostra libertà di essere quelli che via via siamo. Ogni volta che diciamo “Io”, andiamo a definirlo, a vestirlo, a dargli dei lineamenti. Ma se una volta lo vestiamo in completo blu e cravatta, o in bermuda e camicia hawaiana, o con corazza da cavaliere medievale, poi saremo sempre vestiti allo stesso modo? Ci presenteremo all’appuntamento con una ragazza cigolanti di ferraglia spadone e visiera abbassata? Andremo in sandali e bermuda a sciare sulla neve? O andremo alla spiaggia in pieno agosto con completo da cerimonia e cravatta? Diventeremo i nostri vestiti? Diventeremo le nostre parole? L’entità che chiamiamo “Io” è considerata da alcuni una non-entità. Nelle culture orientali, ad esempio, ma anche in quella occidentale: basti pensare ad Eraclito. Oggi si parla molto di buddhismo, spesso ignorando che è una filosofia, oltre che una psicologia, acuta e raffinata, nata in una terra in cui la riflessione dell’uomo su se stesso aveva raggiunto livelli molto alti, a cui successivamente il pensiero occidentale ha attinto. A proposito dell’ ”Io” e della sua libertà, il buddhismo afferma il principio dell’impermanenza della realtà, e analizzando il procedere cognitivo umano ravvisa una serie di errori, quali ad esempio l’identificazione con un “Io” come fosse struttura fisica, statica. La libertà personale è dunque limitata dal modo di pensarla, e il costante richiamo del buddismo zen ad essere “qui e ora” conduce ad un rifiuto della fissità, ad un procedere liberi di essere quelli che siamo ri-conoscendoci, e senza modificare la percezione della realtà del mondo ad uso e consumo del nostro “Io”. Questa libertà percettiva, di sé e del mondo, è unita nel buddismo ad un atteggiamento etico, naturale conseguenza del sentimento di appartenenza ad un processo universale in cui ogni azione negativa, violenta, ricadrà anche su chi la compie. La scelta etica, verso il bene, ciò che non è dannoso agli altri e a se stessi, libera dalle determinazioni “karmiche”. Qualcosa che continua, in noi, di noi, noi stessi, c’è. Una storia, uno sviluppo, un andare, un’avventura. Ma se questo nostro fluire, riconoscibili a noi stessi ed agli altri, si irrigidisce, se perde il suo andare di fiume, di acqua tra rive non anguste, a cosa si riduce l’andare, dov’è l’avventura, la ricerca, la capacità di rispondere alle mutevoli situazioni in cui ci veniamo a trovare, la capacità di adeguarsi vitalmente alle circostanze? La nostra storia, le prime esperienze importanti della nostra vita, e poi via via tutte le altre nei momenti importanti, la nostra storia ci determina sempre. E’ una storia che si svolge in una certa famiglia, cultura, scuola, in un certo ambiente sociale; è una storia che va incontro al caso con una sua necessità. La libertà totale, pensata al di fuori di queste determinazioni, cos’è? Una parola vuota, un’idea a cui siamo portati dalla matematica del linguaggio che impariamo da piccoli. Siamo capaci di pensare cose inesistenti, manovrando le parole secondo le regole grammaticali e sintattiche che assorbiamo prima ancora di impararle sui banchi di scuola. Possiamo pensare: le balene che non esistono. E che roba è? Ancora: tutte le balene che non esistono, Ancora: tutte le balene rosse a pallini neri che non nuotano nei fiumi dell’Amazzonia. Ah! Si? La libertà assoluta. Ma la libertà pratica, limitata come lo è lo sviluppo di una musica in uno strumento che ha un certo timbro e una certa estensione di suoni, possiamo pensare che esista, che possa essere una “cosa”, oltre che parola. Per esempio: nel nostro paese esiste la libertà di scegliere una facoltà universitaria dopo aver superato l’esame di maturità. Libertà pratica, limitata, dalla presenza di università nelle vicinanze, dai mezzi economici della propria famiglia, dalla possibilità di studiare e lavorare se occorre, dal superamento di test di ingresso, e così via. Libertà limitata, ma libertà. Libertà esterna, ambientale. Poi, per essere liberi di vivere la libertà ambientale, occorre essere liberi dentro. La libertà soggettiva, psichica, è anch’essa, in quanto reale, limitata, ha un volto seppur mobile, ha una storia. E’ qualcosa di cui avere cura, per esempio evitando di rinchiuderla, imprigionarla, fissarla in un’espressione con parole, affermazioni in cui sembra che siamo quelli che stiamo dicendo e che saremo così per sempre. Dovremmo essere fedeli a quello che siamo e sentiamo, nel dire di noi. Ma quello che siamo è qualcosa di mobile, vivo, e spesso le nostre parole non rispettano questa realtà intima, o arrivano a darne una versione fuorviante. Allora, per metodo, dovremmo essere fedeli a quello che siamo, e non alle nostre parole. Per metodo, dovremmo essere prudenti a definirci, consapevoli che le parole hanno un loro potere, possono sistemarsi con regole loro per andare, con logica stringente, a formulare assurdità, inesistenze, e possono condurci dove non troveremo noi stessi. Esiste dunque la possibilità che le parole compiano una violenza sottile. Così come, prima ancora delle parole che poi ne saranno la manifestazione, esiste la possibilità che un nostro modo di pensare ci tolga libertà e vitalità. La libertà non è mai violenta. E’ dotata di una sua forza, poiché quando si è certi di ciò che si vuole, quando si sentono le proprie scelte espressioni di sé e non direttive esterne, si trova la strada per realizzarle, si trova la capacità di difendersi da eventuali manipolazioni più o meno violente e nascoste. Manipolazioni, condizionamenti, a cui le parole possono prestarsi, di cui le parole, e il pensiero strutturato linguisticamente, sono uno strumento potente, la cui potenza è più conosciuta nell’uso che se ne fa per spingere le persone a fare o non fare qualcosa, e meno conosciuta per l’azione di restrizione della libertà che possiamo fare a noi stessi. La consapevolezza, di sé e del mondo che ci circonda, è un sapere pratico, che può tradursi, forse si traduce sempre, in un saper vivere, e se è consapevolezza sufficientemente corrispondente alla realtà, interna ed esterna, ci libera e ci mantiene liberi. Scarica il documento:
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Giacomo Sciommeri WebMaster - Immagine tratta da Tenda Mon di Romeo Sciommeri |